giovedì 29 gennaio 2015

Memoriale per gli ebrei assassinati d'Europa
Il Memoriale per gli ebrei assassinati d'Europa, conosciuto anche come Memoriale della Shoah è un memoriale situato nel quartiere Mitte di Berlino, progettato dal'architetto Peter Eisenman, (Newark, NJ, 1932) assieme all'ingegnere Buro Happold, per commemorare le vittime della Shoah.
 Tra il 1988 e il 1989, numerose personalità quali Lea Rosh, Willy Brant, Günter Grass e Christa Wolf sottoscrissero un appello per la realizzazione di un monumento nel centro della città per ricordare lo sterminio degli ebrei in Europa. Nel 1994, vi fu un primo concorso pubblico per la progettazione del monumento che terminò tuttavia senza una definitiva assegnazione. 
Nel 1997 ci fu un nuovo concorso pubblico, al quale vennero direttamente invitati numerosi artisti ed architetti di fama mondiale; nonostante anche il cancelliere Helmut Kohl si fosse pronunciato a favore del progetto di Peter Eisenman, la votazione finale venne ritardata a causa delle elezioni politiche del Bundestag, che approvò la realizzazione del memoriale solo il 25 giugno 1999. Il 1 aprile 2003 cominciarono ufficialmente i lavori, che si conclusero il 15 dicembre 2004 con la posa dell'ultima stele.

  


L'inaugurazione del monumento si è tenuta il 10 maggio 2005, due giorni prima dell'apertura al pubblico. Il costo approssimativo del complesso è stato di 25 milioni di euro. Il monumento è stato edificato nell'area originariamente occupata dal palazzo e dalle proprietà di Goebbels ed occupa l'intera superficie dell'isolato tra le Ebertstraße, Behrenstraße, Berlinerstraße e Hannah Arendt Straße; consiste in una superficie di 19.000 m² occupata da 2.711 stele in calcestruzzo colorate di grigio scuro, organizzate secondo una griglia ortogonale, totalmente percorribile al suo interno dai visitatori. 
Le stele sono tutte larghe 2,375 m e lunghe 95 cm, mentre l'altezza varia da 0,2 a 4 m. Il terreno su cui sorgono è irregolare, e presenta diverse quote di elevazione. Ciò produce nel visitatore che si addentra in questa foresta di cemento un senso d’instabilità e disagio. Le più basse lungo il perimetro esterno, "fagocitano" gradualmente il visitatore che si addentra fra esse. L’architetto vuole provocare «una sensazione di essere nel presente» e «un’esperienza mai avuta prima, […] diversa e leggermente inquietante. Il mondo è troppo pieno d’informazioni e qui è un luogo senza informazione». L’idea su cui si fonda il progetto è quella di un sistema ordinato e razionale che, cresciuto fuori misura, perde il contatto con la ragione umana: dentro un ordine apparente si cela sempre il caos. In base al testo di progetto di Eisenman, infatti, le stele sono realizzate per disorientare, e l'intero complesso intende rappresentare un sistema teoricamente ordinato, che fa perdere il contatto con la ragione umana in un'angosciante solitudine. 
L’autore afferma di aver rifiutato ogni tipo di rappresentazione con mezzi tradizionali, che l’enormità dell’evento storico avrebbe reso inadeguata. Il suo intento è piuttosto quello di «presentare una nuova idea di memoria distinta dalla nostalgia. […] Oggi possiamo conoscere il passato soltanto attraverso una manifestazione nel presente». Egli pertanto desidera che il monumento sia «parte della vita quotidiana e […] parte della coscienza e del subconscio della Germania». Nell'angolo sud-est dell'area delle stele si ha accesso al sotterraneo "Centro di documentazione degli ebrei morti nella shoah", dove è possibile seguire un percorso che tratta simbolicamente le vicende personali e i destini di alcune vittime dell'olocausto attraverso citazioni, immagini e voci di testimoni. Nella prima sala viene riassunta la storia della politica nazionalsocialista dello sterminio dal 1933 al 1945 attraverso testi e fotografie. 
Si passa poi alla Sala delle dimensioni, nella quale, disposte ordinatamente sul pavimento, vengono riportate 15 testimonianze autentiche di uomini e donne ebrei durante la persecuzione e rinvenute in varie forme (messaggi lanciati dai treni della deportazione, lettere, ecc.). Alle pareti, le cifre delle vittime dell'olocausto suddivise per nazione. Nella Sala delle famiglie, 15 grandi pannelli riportano le origini, gli stili di vita, la cultura e il destino di altrettante famiglie ebree di tutta l'Europa caduta sotto il dominio nazista, corredati da fotografie e documenti personali. 
La Sala dei nomi è invece una sala vuota, nella quale vengono proiettati sulle quattro pareti e letti ad alta voce in più lingue i nomi e una breve biografia di ciascuna delle vittime ebree conosciute dello sterminio in Europa; nonostante la lista sia largamente incompleta, la sua lettura completa richiede un tempo di 6 anni, 7 mesi e 27 giorni. Nel foyer adiacente alla sala, è possibile accedere alla banca dati del Memoriale di Yad Vashem, che mette a disposizione i dati di oltre 3 milioni di perseguitati per ricerche personali. 
Alle pareti della Sala dei luoghi, pannelli che descrivono con testi ed immagini i principali luoghi dello sterminio. Inoltre, schermi sui quali vengono proiettati filmati commentati, 220 episodi e luoghi di deportazione e sterminio in tutta Europa. In nicchie lungo le pareti, telefoni dai quali è possibile ascoltare la descrizione e la storia dei campi della morte. Nella sala conclusiva, detta Portale dei memoriali il visitatore può usufruire di terminali informatici che aggiornano riguardo agli istituti di ricerca sull'olocausto e alle manifestazioni che si svolgono nei luoghi storici.

Si puo vedere un interessante video all'indirizzo:
Il MUSEO EBRAICO DI BERLINO
Dal 9 settembre 2001, data della sua apertura, il museo rappresenta la sintesi architettonica dell’identità culturale di un popolo, si pone anche come tangibile espressione della presenza e del ruolo degli ebrei in Germania, ma oltre tutto questo è un invito alla riconciliazione – fisica e spirituale – della città di Berlino con la Shoah.
Architecture is a language” è questo il concept che nutre l’architettura di Daniel Libeskind e che viene concretizzato attraverso una delle sue più importanti opere: il Jüdisches Museum.

Nato a pochi chilometri dalla capitale tedesca (a Lodz, in Polonia) e appartenente a una famiglia decimata dallo sterminio, Libeskind presentò il suo progetto al Senato di Berlino nel 1988, un anno prima della caduta del muro. Alla base della sua proposta era il desiderio di affrontare, in un’unica struttura, temi ampi e complessi come la storia degli ebrei tedeschi e il vuoto lasciato dalla loro assenza a Berlino, per arrivare infine a offrire un simbolo di speranza per un nuovo corso storico, per Berlino e per l’Europa.
Originariamente, il progetto nasce per ampliare il preesistente edificio storico del Museo di Berlino, inserendosi nel quartiere barocco, il Friedrichstadt sud, distrutto dalla guerra.
L’originaria idea di ampliamento e di integrazione al Museo preesistente viene stravolta da un progetto che riassume la storia degli ebrei in Germania.

L’architetto ha definito il suo progetto “between the lines” perché è proprio tra una serie di intersezioni di linee che dà vita a un corpo edilizio scultoreo, dal profilo drammaticamente spezzato, che, visto dall’alto, riprende la forma geometrica di una saetta; da qui il soprannome blitz, che in tedesco significa fulmine.
Un taglio, una ferita che scolpisce, graffia il disegno urbano della città; un segno forte percepibile dall’osservatore esclusivamente attraverso una vista aerea, che si materializza anche tramite il rivestimento esterno in zinco, anch’esso “squarciato” da aperture oblique di diverse dimensioni.
La luce filtra attraverso fessure asimmetriche che sembrano pugnalate nell’altrimenti liscia facciata del monolitico edificio. In realtà le finestre-fessure seguono uno schema preciso: ricalcano la posizione – identificata su una mappa della Berlino pre-bellica – delle case dove abitavano eminenti cittadini ebrei e tedeschi. Il museo è un volume che si chiude in se stesso, privo di qualsiasi contatto con la città; non ha un accesso diretto dall’esterno e per poter accedere bisogna passare dal vecchio edificio.

L'entrata al museo è stata intenzionalmente resa difficile e lunga, per far rivivere al visitatore il difficile cammino della storia ebraica.